19 Novembre 2009
Si sogna una volta sola. Tutto il resto assume le fattezze di un miraggio, una lacunosa favola alla quale sono stati mozzati gli arti. Segue un vuoto senza inizio nè fine, in cui un grido risuona all'infinito. Una pioggia cremisi impregna ogni fibra de tuo essere.
Non importa quante volte lo si invochi, il sogno giace disperso fra i ricordi, come un desiderio consumato per mero egoismo. Soltanto dopo averlo assaporato, si riesce a comprendere quanto dolorosa sia la sua assenza.
28 Settembre 2009
Ciao Fanny, ti scrivo questa e-mail perchè non ho più nulla da pardere. Tutto quello in cui credevo, ormai, si è polverizzato nelle mie mani; rimangono miseri granelli che non hanno più modo di legarsi fra di loro. E, inutile dirlo, presi singolarmente non hanno alcuna importanza. Le mie certezze vacillano; il cielo sopra la mia testa, ora, è troppo illuminato per far sì che le stelle si possano vedere.
E' triste dirlo, ma in fondo le mie paure erano concrete. Le più recondite incertezze orrorifiche si sono materializzate davanti ai miei occhi, come ombre troppo, troppo scure; come miraggi vacui ed impossibili da comprendere. Ma la mia tristezza non potrà far cambiare in nessun modo le cose. No, è giusto così, perchè possederti contro la tua volotà non potrà che arrecare dolore sia a me che a te. Mi sembra di sbattere contro un muro di verità che i miei occhi, accecati dalla passione, non potevano - non VOLEVANO - vedere, ma davanti all'evidenza non posso fare a meno di rendermi conto che tutto quello che ho fatto fino ad ora è sbagliato - questo muro mi impedisce di andare avanti... forse, aprendo gli occhi, il marmo si sgretolerà -.
Non fraintendere, amarti è stata la cosa più bella che mi sia mai successa. Poter guardare nei tuoi occhi dolci come il miele, baciare le tue labbra morbide come una piuma, assaggiare la tua pelle profumata come un fiore... tutto questo, per me, è semplicemente perfetto. Una sorta di innalzamento verso le stelle, sai... Verso il Paradiso.
Ma non ci sono angeli qui, nè giudiziosi salvatori. C'è solo la tua freddezza che, poco a poco, mi sta uccidendo. C'è una nebbia fitta, calda come l'alito del diavolo. Ci sono fiamme terribili e terribilmente roventi, che mi stanno inghiottendo come bestie impietose.
Tutto quello che mi rimane, ora, è polvere. Polvere dei sentimenti travolgenti che mi hanno guidato fino a te, polvere dei pochi ricordi che ancora la mia mente abbraccia gelosamente, polvere di quella gioia radiante che mi hai fatto provare. Ma non preoccuparti, questa polvere rimarrà sempre adagiata sul fondo del mio cuore, e non importa quanto sangue la bagnerà, non perderà mai la sua essenza.
I giorni passati in tua compagnia sono stati per me rivelazione e condanna al tempo stesso. Ho potuto gurdare il mondo con occhi diversi, riuscendo a comprenderne ogni sfaccettatura: i colori caldi, brillanti e gioiosi, che tanto mi avevano deliziata, ora mi stanno accecando; le sfumature scure, tanto scure da inghiottire ogni altro colore, stanno prendendo il sopravvento su tutto il resto. Ma nonostante ciò tu mi hai fatto VIVERE, fra felicità, dolore, paura, ansia, tristezza, passione, pace e tumulti. Tu mi hai dato ogni sorta di emozione. Tanti piccoli tasselli di un puzzle che hanno rappresentato ogni possibile ed immaginabile sensazione che fa parte del vivere.
Vorrei amarti ed odiarti. Vorrei baciarti e dimenticarti. Vorrei sussurrarti i miei sentimenti ed insultarti. Ma non farò niente di tutto questo. Non più.
Tu mi hai fatto capire che non posso avere l'impossibile, e per questo te ne sarò sempre grata. Il desiderio di averti mi ha fatto dimenticare quanto sia importante il saper riconoscere cosa è ottenibile e cosa non lo è, per non auto-infliggersi delle ferite inguaribili.
Sembrerà sciocco tutto quello che ho scritto, ma sono parole di un'anima disperata, perciò accettale come tali Nonostante il mio amore sia immenso, non può contenere la vastità delle tue paure, dei tuoi rimorsi, dei tuoi dubbi. Non posso fare nulla per cambiare quello che è, anche se lo vorrei tanto. L'unica cosa che posso chiederti è: ricordami. Non come un'esperienza amorosa, nè come una pazza e delirante ragazza che ha tentato il suicidio per due volte. No, ricorda solo quanto grande sia il mio amore, quanto enorme sia il mio sacrificio nello scrivere queste parole, quanto potente sia la dedizione che ho dimostrato nei tuoi confronti. Ricordami e basta, come una persona che è entrata ed uscita dalla tua vita e che non ti dimenticherà mai.
Ti amo, ti ho amato, ti amerò,
Hyaku.
27 Maggio 2009
Quella che mi presto a raccontarvi, cari lettori, non è una storia, benchè possa sembrarlo. Uno squarcio di saggistica che potrebbe essere un insulto alla definizione stessa.
E non voglio far morale, giammai! In tanti hanno provato a buttare dentro i loro testi butterati di cazzate qualche filastrocca melensa su cosa è giusto e cosa non lo è, finendo solo col trasmettere idee sbagliate.
Sì, la mia storia - passatemi tale modesto nomignolo - è stracolma di sangue, zampilla da ogni spazio vuoto fra una parola e l'altra, nonostante voi non possiate vederlo.
Tra le righe vi sono altre parole scritte in inchiostro simpatico, stronzate su qualche pover uomo che s'è perso per il mondo, scherzetti grotteschi di non so quale divinità che gioca con le sue pedine di carne e sangue e amori dal finale drammatico che non meritano un briciolo della mia labile memoria.
A volte capita che il sopracitato protagonista di questa storia inesistente penetri, come un lombrico nel terreno, nella trama assurda dei miei innominabili pensieri; in ogni caso, può andare in fondo quanto vuole: non troverà nulla.
Se - e dico se - una qualche tragica storia d'amore s'apprestasse a trafiggere il vostro sensibile ego, ebbene, non troverete che sputi sul mondo, qui dentro.
Tuttavia mi piacerebbe parlare di sangue e morte, perchè evidentemente è tutto qui quello che la mie fiacche dita sono in grado di sputare fuori, come sentenze che nessuno ha voglia di ascoltare - quante cazzate -.
Ormai se ne sono dette di tutti i colori, ma ecco a voi un po' di morte che vi si attorciglia amabilmente intorno alle budella: potrei raccontarvi della tragica fine di Didone, ma è stato detto e ridetto; nonostante ciò potrei modificarla, cambiare qualche nome, inserire dettagli cruenti ed ecco qui: ciò che la gente vuole.
Raccontare ciò che è stato già detto non è così difficile, dipende tutto dall'ignoranza di chi ascolta - o no?-; mi duole ammetterlo, ma è possibile plasmare a nostro piacere intere opere epiche senza che nessuno se ne accorga.
Io, personalmente, potrei definirmi socratica in questo: affermo di non sapere; ebbene, non è poi un'affermazione del tutto infondata, ma mi crogiolo nel mio buco nero di conoscenze mancate, pensando a quanto il resto del mondo ci stia sprofondando più di me.
A conti fatti, ciò che ho detto fino ad ora non ha alcun senso. La trama non è importante, direi bene.
Non che sia rilevante il contenuto, s'intende: io sto facendo letteratura - probabilmente migliore di molte altre puttanate che spacciano per tale -.
Ora, invero, vorrei passare al mio tragico, malinconico, violento racconto, prestando particolare attenzione a ciò che la gente vuole.
Non siamo in una città, nè tantomeno sulla terra - per carità, troppo scontato!
E' così che, invece, per vostra grande sorpresa, ci troviamo al centro della terra - incancescente, brulicante di lapilli bronzei e distruttivi anche se presi singolarmente.
Dormono ivi, sommersi da un mare rovente, due uomini, e il sonno li protegge dal vomito caldo che consuma ogni cosa.
E mentre riposano, accompagnati dal rombare delle esplosioni intorno ai loro corpi nudi, sognano l'uno l'altro, in un'infinita stretta di mano fredda e intangibile.
Giorni e giorni passarono in questo modo, mentre i due galleggiavano in mezzo a questo sconfinato manto cremisi, avvolti dalla maledizione eterna della solitudine.
Non desideravano altro che poter concretizzare quel sogno di potersi sfiorare, almeno una volta, le dita.
Ahimè, il prezzo da pagare era alto: se si fossero destati da quella morte apparente, la lava li avrebbe inghiottiti.
Dormirono per anni, crogiolandosi nella loro impotenza, avvertendo oltre loro, a migliaia di chilometri di distanza, le grida entusiaste di coloro che erano stati relegati sulla crosta di quella sfera imperfetta.
I fortunati s'amavano, con la consapevolezza di poterlo fare senza che nessun pericolo galleggiasse sopra alle proprie teste.
E un giorno, uno dei due raggiunse l'altro in sogno, mormorandogli nella mente che non c'era ragione d'esistere, se non potevano anche loro essere accontentati da quella gioia che impregnava il terriccio lontano, lontano da loro.
Sussurrò molto piano, mentre gli scoppi intorno a loro tuonavano come divinità impazzite.
Sussurrò davvero piano, ma l'altro lo sentì, e gli rispose che la morte lo teneva nel grembo proprio in quel momento, che no, non c'era ragione di vivere se non poteva venire alla luce.
Eppure, preso atto di questo desiderio opprimente, continuarono a sognare l'uno le parole dell'altro, l'uno le mani dell'altro, senza riuscire ad aprire gli occhi una volta per tutte.
Rimasero altri anni così, addormentati, scontenti, fino al giorno in cui, per la seconda volta, l'altro lo supplicò di seguirlo fino alla fine dei loro dolori.
Eruttarono mari di lava intorno a loro, come a voler intonare la loro marcia funebre, infine aprirono gli occhi: erano svegli.
Riuscirono finalmente a raggiungersi, a toccarsi, ma solo allora compresero che il contatto delle loro mani, rispetto al calore asfissiante del mare incandescente, non era altro che una morsa fredda, più fredda dei loro sogni.
Annasparono violentemente quando cominciò a zampillare sulla loro pelle candita la lava, corrodendola.
Credettero davvero che, se si fossero riaddormentati, tutto sarebbe tornato com'era prima, ma ormai non potevano tornare indietro.
Come cemento, il liquido denso si strinse intorno ai loro corpi, penetrò nella bocca, nelle orecchie, nei pori, e lentamente, troppo lentamente, li stava uccidendo.
Ora che non c'era più il sonno a proteggerli e cullarli, maledissero la veglia, causa di tutta quella morte, di tutto quel dolore.
Non solo: maledissero l'uno l'altro, per la misera fine a cui si erano arresi senza trovare quell'agognata soddisfazione.
Triste fu la loro sorte, non rimase che polvere, ma presto anche quella sparì.
Amanti solo per pochi secondi, ed ora dannati per l'eternità, questo è ciò che gli fu concesso.
Tutto per accorgersi di quanto fossero tiepidi, dolci, accoglienti il sonno ed il miraggio.
Anche se lo compresero troppo tardi.
Questa storia non è degna di essere raccontata.
26 Maggio 2009
Io: "Sììì, che bellooo! Andiamo in giro a scrivere "cacca"! Mitch: "Su tutti i muri e su tutte le persone XD. Noi proteggeremo il mondo della cacca. Uniremo i popoli nella nostra cacca. Denunceremo i mali della verità e della cacca. Io sono Jessy!" Io: "Ed io James!"
Team cacca, pronti a partire alla velocità della luce!
Perchè tutti sappiano.
17 Maggio 2009
Da quel giorno tutti i colori sfumarono nel nero. Erano coperti da un orribile strato buio fatto di ombre e di oblìo. I miei occhi mutarono in spie scintillanti, capaci di cogliere ogni spasmo del Mondo. Ma non un solo colore raggiunse più la mia vista. Solo il rosso violentava i miei sensi, mi perseguitava anche nei recessi più bui della terra, ossessionandomi tanto da trascinarmi sull'orlo della follia. Era rosso l'amore che m'era stato negato, dalla rosa profumata che la mia tomba non avrebbe abbracciato mai. Rosso il colore del sesso, quei sospiri che aleggiavano nelle stanze quando la notte ci travolgeva. Rossa la morte che infestava la mia intera esistenza, parassita osceno che straziava la mia mente ormai vacua. Gli anni più oscuri, con solo compagno il nulla, mi relegarono in un Inferno di pietra, a chiedermi ancora ed ancora che sapore avesse l'aria.
Tornerò...
27 Febbraio 2009
Ed alla fine del mondo canteremo un canzone, così che il tempo non passi mai. Gettiamo le armi e chiudiamo gli occhi, per vedere quel nulla che accompagnerà i nostri passi. La musica delle esplosioni che ci pervade, il sibilo del tuo pianto dentro me - come germogli che non fioriranno mai -, il suolo che si squarcia sotto ai nostri piedi. E' la fine del mondo, la fine del mondo che tanto ci fa paura. Nemmeno le lacrime sazieranno la condanna, le fiamme giù pronte a ghermirle. Non c'è melodia più dolce di questa, la più straziante e la più tragica, che tutto intorno a noi inghiotte. Ed allora cantiamo una canzone, così che il tempo non passi mai.
16 Febbraio 2009
Spostò lentamente il peso da un piede all'altro, soffermandosi infine a guardare il buco nero di foglie e rami davanti ai suoi occhi. Era solo un bosco. Solo un bosco. Eppure Naruto sapeva che c'era dell'altro là, fra il verde spento della vegetazione, fra il legno accartocciato tristemente su se stesso, fra il buio infinito che si stendeva a perdita d'occhio oltre la punta dei suoi piedi. Un miraggio secolare che sapeva di non ritorno. In fondo, però, era solo un bosco. La notte inghiottiva ogni lamento ed ogni immagine, cupo riflesso dei suoi pensieri più reconditi. Inghiottiva ciò che era reale e ciò che non avrebbe dovuto esserlo: le sue paure erano acquattate dietro ogni sporgenza, dietro ogni roccia ed ogni sasso, e respiravano a ritmo dei suoi singulti. Ma era solo un bosco, si ripetè. Solo un bosco. Al primo passo le foglie sotto ai suoi piedi lanciarono flebili grida, che morirono lì, troncate sul nascere. Poi ancora silenzio. Naruto avvertì i penetranti e gelidi occhi della notte sulle sue spalle, sopra la sua testa, dentro ai polmoni e poi fuori, seguendo il suo respiro sempre più rapido ed affannoso, mentre la sua andatura prendeva una cadenza regolare e monotona. Il rimbombo sordo creava sinistre melodie, che si amplificavano man mano che il cuore della foresta palpitava più vicino al suo. Sì, lo sentiva. Vivo e calmo, come se non ci fosse mano capace di spezzarne i tronchi, né bruciarne le sterpaglie; come se chiunque vi fosse entrato avrebbe trovato solo morte. O uccidi o vieni ucciso: la legge della sopravvivenza sembrava l'unica soluzione plausibile. Naruto ne avvertiva il pericolo, ma non era intenzionato ad arrestare la sua marcia proprio ora che sentiva la presenza di Sasuke, da qualche parte intorno a lui, non lontana. Avvertiva il filo che li legava stringersi intorno alle sue dita, inconsistente in verità, ma dannatamente visibile agli occhi del cuore. Sospirò cauto, osservando il vapore caldo fuggire dalla sua bocca, per poi perdersi nell'aria gelida. Sospirò ancora, ancora ed ancora, rallentando il passo fino ad arrestarsi del tutto. Sospirò finchè non lo vide, ritto fra le quercie secolari, e l'ossigeno gli si bloccò nella trachea; i contorni sfumati del bosco sembrarono ibernarsi, in perfetta sincronia col suo respiro. Sasuke lo aspettava lì, immobile e silenzioso come ogni altra cosa che lo circondava, eppure vivo, di una vitalità diversa da quella del bosco: una vitalità evanescente e fugace, come un fiato caldo che ti accarezza la pelle, in quelle notti in cui non basterebbe mai. Naruto avvertì le ginocchia cedere sotto al peso delle emozioni travolgenti che lo colsero impreparato: la rabbia repressa, l'umiliazione, l'odio profondo, ma più di tutto l'amore che non sarebbe mai riuscito ad esternare. Sasuke era lì, davanti ai suoi occhi, ma il suo rifiuto traspariva chiaro dal suo mutismo e creava un muro insormontabile fra di loro. Parlò sommessamente, conscio dell'inutilità di ogni suo gesto: "Torna," disse. "Torna a Konoha." Per un attimò sembrò che sul volto di Sasuke fosse apparso un sorriso, mentre era perso in ricordi mai rimossi dalla sua mente, ma la sua risposta chiara e netta spezzò quella parvenza di gioia dal suo viso: "No." Tuttavia qualcosa dentro di lui gridava senza sosta e non voleva rassegnarsi a quell'abnegazione forzata; fu quel qualcosa a condurlo inconsciamente fino a Naruto, ormai accasciato in terra, abbandonato dalle sue stesse forze. La sua mano raggiunse quella del compagno e la afferrò, soffermandosi ad osservare come fosse cambiata in soli tre anni: Naruto era creasciuto. I suoi desidesi, i suoi sogni, i suoi sciocchi ideali s'erano amplificati all'interno di un corpo più grande, più maturo, ma non erano cambiati. La prova stessa era la sua presenza lì, davanti ai suoi occhi scuri ed impenetrabili, a pregarlo ancora una volta di tornare, troppo orgoglioso per piangere, ma non abbastanza per lasciar perdere e girarsi dall'altra parte. Naruto era fatto così. "Torna," ripetè Naruto, come a voler ricordare il motivo della sua visita, troppo testardo per rimanere in silenzio, ma troppo spaventato da quel silenzio innaturale. Sasuke lasciò cadere la mano dell'altro, che raggiunse il suolo esanime ed abbandonata. Non c'era bisogno di ripetersi, lo sapevano entrambi, eppure Naruto insisteva con quella richiesta che non avrebbe cambiato in nessun modo lo stato delle cose. "Torna a Konoha." Questa volta fu solo un sussurro, tanto flabile da sembrare un gemito strozzato, un pianto che non sarebbe mai esondato da quegli occhi limpidi come il cielo. Sasuke riafferrò la sua mano, quasta volta stringendola forta nella sua, imponendogli con lo sguardo di tacere, perchè tanto non servivano i suoi lamenti; perchè tanto era solo un marmocchio fastidioso. Poi si chinò su di lui lentamente, socchiudendo gli occhi, come per estraniarsi da quel gesto tanto desueto, e lo baciò. Senza pensieri, senza rimpianti, perchè non servivano. C'erano solo loro due, in quel momento. Era scomparso il bosco ed insieme ad esso tutti i mostri nascosti nell'ombra. Le loro bocche erano il centro del mondo, il fulcro intorno a cui girava tutto; quel bacio era semplicemente inevitabile. Naruto lo sapeva. Sapeva che sarebbe successo, prima o poi. Lo percepiva dalla tensione che impregnava l'aria quando erano insieme, dal battito del suo cuore e dal battito del cuore di Sasuke, da tutto un insieme di fattori che alimentavano il fuoco bruciante del suo amore. Un fuoco pericoloso, eppure tanto, troppo caldo. Lo sapeva, eppure mentre le loro lingue si trovavano sentì la cassa toracica stringersi intorno al suo cuore ed i muscoli contrarsi. Tutto nel suo corpo vibrava, sussultava, fremeva fuori controllo. Quando si separarono Sasuke non promise di tornare, non lo avrebbe fatto fino a vendetta compiuta. Non gli confessò il suo amore, nè Naruto confessò il suo. Rimase in sospeso ogni frase, ogni gesto ed ogni altra cosa. Ora c'era solo il bosco intorno a lui ed insieme ad esso erano tornate tutte le paure, là, annidate fra i cespugli, dietro alle rocce, fra i rami. Le ombre avevano inghiottito la sagoma di Sasuke, così come ogni altra immagine. In fondo, pensò Naruto, era solo un bosco.
Sì, è su Naruto. Sì, è molto ghei. No, i personaggi non mi appartengono.
12 Febbraio 2009
Non era ancora morto. Lo sapeva; lo percepiva dai rantoli flebili che uscivano dalla sua bocca in quelle eterne notti in cui non riusciva a dormire. Quelle notti in cui l'affanno gli portava via troppa energia anche solo per alzarsi dal letto e vomitare l'anima. Rimaneva tutto in gola: il fiato, le grida, il rigetto ed il Suo nome. Gli bastava chiudere gli occhi per marciare, sfruttando la sua fervida immaginazione e gli impulsi nervosi che gli svuotavano la mente. Davanti a lui solo una strada senza sbocchi.
Dov'era? Dov'era la salvezza del suo animo flagellato?
Un passo dopo - forse quello dopo ancora -. Ma ogni passo conduceva al nulla. Ogni passo portava solo altri passi e l'unica prova tangibile del suo marciare era il rimbombo sordo, fra le pareti del suo cuore ormai vuoto, delle suole che calpestavano sassi e polvere. Il vento, comunque, cancellava le orme.
Dov'era la salvezza del suo animo...?
Dietro quella porta, forse. Sarebbe bastato aprirla per dischiuderne i segreti, ma la maniglia non c'era. Il lucchetto era chiuso da troppo tempo. La chiave smarrita. Rimaneva solo un silenzio antico; quel silenzio che non riempie gli spazi tra una frase e l'altra, ma le inghiotte. Anche lo scalpiccio dei suoi passi si spense in quella notte senza tempo.
Dov'era la salvezza...?
Una bugia. Una bestemmia. le dita di una mano strette al petto, vicino al cuore. Le dita dell'altra mano incrociate, lontane dallo sguardo e dalla ragione. Non esisteva la coerenza. Non esisteva il sogno. Esisteva il miraggio. E il buio. E la porta senza maniglia. Non esisteva la vita e nemmeno la morte. Non esistevano il sangue e le grida e le lame affilate. Non esisteva la carne. Esisteva, invece, il limbo - viveva del suo dolore e si nutriva dei suoi gemiti senza eco. Esisteva, da qualche parte nella sua mente, il ricordo. Il miraggio. Anche quella notte la porta rimase chiusa.
Dov'era Sasuke?
Sì, è su Naruto. Sì, è molto ghei. No, i personaggi non mi appartengono.
10 Febbraio 2009
[...]
My knee is still shaking, like I was twelve, Sneaking out of the classroom, by the back door. A man railed at me twice though, but I didn't care. Waiting is wasting for people like me.
[...]
You say, "Dreams are dreams. "I ain't gonna play the fool anymore." You say, "'Cause I still got my soul."
[...]
Akeboshi - Wind
Cercatevi, fra le righe di questa canzone e vi troverete lì, col moccio al naso ed il gionocchio sbucciato prima e con l'anima ridotta a brandelli dopo. Sprazzi di me che credevo sepolti negli anni.
04 Febbraio 2009
Siete solo punti di domanda ricchi di fronzoli inutili.
Ma non c'è niente che desideri sapere. Niente che desideri conoscere.
03 Febbraio 2009
Scrivere... Pensavo che ora come ora fosse tutto per me. Pensavo. Ma le parole mi scivolano fra le dita. Come l'acqua. O come la sabbia, sai. Tanti granelli che assumono importanza solo messi insieme.
25 Gennaio 2009
Sì chinò lentamete, avvertendo le sue giunture cigolare sotto i muscoli e la pelle. Timidamente allungò una mano verso il basso, come per paura che quello fosse un gesto incoerente con la sua persona, e recise il gambo di un piccolo fiore, osservando come le sue dita si impregnavano di una vischiosa sostanza verde - densa come il sangue. Se lo rigirò fra le mani ambrate un paio di volte, dopodichè sospirò impercettibilmente, socchiudendo gli occhi. Si pentì di aver ucciso una creatura tanto bella quanto indifesa per una sua frivola curiosità e si sentì sciocco e colpevole come non mai. Ma era troppo tardi e, più per sè stesso che per il fiore irrimediabilmente strappato, lo lasciò cadere fra i suoi simili, osservandolo sparire fra le migliaia di petali bianchi ai suoi piedi. "I fiori sono belli," disse infine. "Cazzate. Sono ninnoli per femminucce sentimentali," rispose Sasuke. "A me piacciono i sentimentalismi," ribattè seccato, schioccando la lingua. Ma non ci fu risposta e nessuno, dopo quell'ultima frase lasciata in sospeso, disse più niente - perchè sapevano che non ce ne sarebbe stato bisogno. La mano di Sasuke sfiorò la sua, mentre ridacchiava - un po' divertito, un po' rassegnato - per quella sensibilità che lo rendeva diverso da tutti gli altri. "Andiamo," mormorò, stringendo le sue dita sottili intorno alla mano di Naruto.
Passarono i giorni ed il ricordo sbiadì lentamete, senza però mai sparire. Semplicemente si allontanava dai loro pensieri ed i particolari, anche pensandoci attentamente, sfuggivano, si confondevano fra di loro. Ma un'improvvisa voglia, un giorno come tanti, costrinse Naruto ad alzarsi dal letto su cui s'era accasciato per correre all'armadio ed indossare qualcosa, rapido e silenzioso. Sasuke lo scrutò perplesso, senza però palesare la domanda che gli ronzava in testa. Semplicemente balzò giù dal letto e lo seguì, senza mai chiedere nulla o sentenziare alcunché. Percorsero la grande via che attraversava la città, caotica e pregna di rumori stronati e striduli, raggiunsero i vicoli laterali bui e angusti, dove ogni suono si avvertiva ovattato, ed ancora stradine sterrate e piccoli sentierini di montagna, in salita, dove i sassi scivolavano sotto ai loro piedi ed interrompevano la loro corsa a zig zag più giù, dove regnava un appagato e delizioso silenzio. Infine, passato lo steccato scheggiato, a cui mancava qualche pezzo, raggiunsero il piccolo fazzoletto di terreno in cui sapevano di poter trovare la pace ed il distacco da ogni questione materiale che intorpidiva le loro menti. Ma, prima ancora di riuscire a sorridere, un forte odore d'erba ferì il loro olfatto e le loro consapevolezze. Si guardarono intorno, perplessi e smarriti, ancora immersi in quel godurioso silenzio carico di significati. Il sole splendeva alto nel cielo, deridendo il loro sbigottimento, crudele. L'atmosfera era incrinata dai dubbi, che si insinuavano perfino nelle crepe della roccia, facendo credere che si potessero sgretolare da un momento all'altro. Nell'aria aleggiava una profonda, spietata delusione. Avrebbero voluto piangero, ma l'orgoglio ricacciò dentro ogni lamento ed ogni protesta. Avrebbero voluto gridare, ma la tristezza gli serrava la gola. Avrebbero voluo dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma non sarebbe servito a niente. "Andiamo," disse infine Naruto - la sua voce uscì strozzata. Così, com'erano venuti, se ne andarono, ripercorrendo le stradine, i vicoli e le vie a ritroso, percependo il chiassoso rumore della vita di città crescere ad ogni passo. Il ricordo del prato imbiancato dalla moltitudine di margherite continuava a farli sorridere, ma più di questo era la consapevolezza che quel posto apparteneva solo a loro. Ma si sbagliavano. Qualcuno aveva tagliato l'erba ed insieme ad essa aveva reciso tutti i fiori, fino a lasciare solo un anonimo praticello di montagna, levigato come un campo da golf. Qualcuno aveva violato la loro essenza. Le loro parole non avrebbero avuto nessun eco, se non quello delle loro stanze cubiche e fredde.
Non tornarono più lì, nemmeno quando le margherite ricrebbero di nuovo, per poi essere tagliate ancora, ancora ed ancora. Naruto non tornò. Nelle sue mani rimase solo lo spiacevole ricordo della sostenza verde vischiosa, ma bastò quello per farlo sentire sciocco e colpevole per molto, troppo tempo. Sciocco e colpevole.
***
Ho deciso di postare questo piccolo sfogo perchè, per chi mi conosce, risulterà facile estrapolare il mio attuale stato d'animo.
Ha poco senso, lo so. E' anche piuttosto bruttina, poco curata. Ma va bene così, non è nata per essere bella, ma per essere efficace.
18 Dicembre 2008
Raccontami una storia. Una di quelle storie a lieto fine che mi piacciono tanto. Anche quella notte la terra rigurgitava un aroma tanto intenso da ferire l'olfatto. Lo avvertiva penetrare nelle narici, come vermi che si insinuano nelle carcasse e ne dilaniano le carni. Lo sentiva serpeggiare all'interno del suo corpo e provocargli la nausea, così violentemente da non lasciargli nemmeno il tempo di respirare fra un conato e l'altro. La pioggia calpestava la sua sagoma distesa nel fango e nel sangue - il suo stesso sangue, che lentamente il suolo assorbiva. Alzò la testa quel tanto che bastava per scorgelo. Là, coperto di terriccio, di ferite, di umiliazione, giaceva il suo corpo martoriato. E sorrideva, Sasuke. Quel sorriso falso e schernitore che tanto lo aveva fatto penare e che tanto gli aveva fatto odiare il mondo e le persone - ma senza il quale non poteva vivere. Naruto cercò di individuare i suoi occhi neri, ma non vide altro che pelle e sangue e brandelli di vestiti che un tempo furono bianchi. Erano chiusi i suoi occhi neri e non si sarebbero riaperti mai più; lui stesso ne era la causa: lo aveva ucciso. E Sasuke aveva ucciso lui - senza pietà, senza ripensamenti, senza lacrime. Solo Naruto aveva pianto mentre il sangue di Sasuke aveva cominciato ad insozzare la sua mano tremante. Solo Naruto aveva gridato il suo nome mentre si accasciava a terra colpito mortalmente al petto. Ma non lo sapeva, Naruto, che Sasuke aveva versato milioni di lacrime prima di esalare l'ultimo respiro. E nemmeno che sulle sue labbra era morto il suo nome come un'ultima preghiera - una canzone a cui mancava il finale; una storia a cui mancava il finale; un amore a cui mancava il finale. Si può scrivere la fine di un amore, poi? O questo svanisce lentamente, col tempo, senza che nessuno se ne accorga? No. Il loro amore non era stato curato sufficientemente per far sì che questo nascesse. Se solo fosse esistito, Naruto avrebbe potuto decretarne la fine in quel preciso istante, mentre le sue palpebre diventavano pesanti come non lo erano mai state. O forse sarebbe continuato in eterno, da qualche altra parte, in qualche altro mondo? Che questioni futili che trattava mentre stava per morire. Eppure Sasuke colmava la sua esistenza anche quando ogni altro pensiero si dileguava in quel nulla che nemmeno la mente riesce a figurarsi. Sasuke era lì, così vicino; ma la sua mano non poteva raggiungerlo, così come non lo aveva mai raggiunto in tutti gli anni in cui lo aveva chiamato dal buio della sua stanza. Si erano ammazzati a vicenda, senza esitare un solo istante, pur sentendo sotto alle proprie dita la carne lacerarsi ed inghiottire la lama come un buco nero: non ci sarebbe stato ritorno. Le esitazioni le avevano rimandate ad un domani che non sarebbe mai sorto, per loro due; sarebbero rimasti insieme anche nella morte e anche nelle vite a seguire - ...Sarebbero rimasti insieme...? -. Le loro anime si sarebbero inseguite per l'eternità, senza mai poter stabilire chi fosse la vittima e chi il carnefice; chi la preda e chi il predatore. Non che avesse importanza. Ed ancora la pioggia infieriva sulle loro ferite aperte. Non avevano più nemmeno la forza per sanguinare. Naruto sussurrò il suo nome, ma le parole si persero nell'aria come se non fossero mai state pronunciate; come se la Morte fosse già lì a falciare l'aria ed insieme alle loro vite stesse portando via anche le loro verità. E poi disse "ti amo" quando ormai era troppo tardi; quando nessuno avrebbe potuto udirlo, se non la terra, il cielo, l'aria: testimoni inconsapevoli di un fatto che non sarebbe mai dovuto accadere. Voleva piangere, Naruto; ma di lacrime non ne aveva più.
Raccontami una storia, Sasuke. Una di quelle storie a lieto fine... ...che mi piacciono tanto.
FINE
Sì, è su Naruto. Sì, è molto ghei. No, i personaggi non mi appartengono.
16 Dicembre 2008
Trascrivo una assurda conversazione su MSN (o meglio, un monologo) con un genio del male: Anton.
I nomi delle tue tette. Ecco, le chiamerò così: Viakal e Vileda. Basta. Deciso. Dai, ora cose serie: battezziamole in fretta, che con la religione non si scherza. Dobbiamo inziare la cerimonia, altirmenti poi inferno per Viakal e Vileda. Sì. Caronti, Minossi, Cerberi, Luciferi, Danti arrampicati ai maroni dei Luciferi, Virgilii attaccati ai maroni dei Danti e Beatrice attaccata... nè, non si dice. Comunque sia: una Apocalisse
03 Dicembre 2008
Quando t'alegri, omo d'altura, va' puni mente a la seppultura;
e loco puni lo to contemplare, e ppensate bene che tu dì' tornare 5en quella forma che tu vidi stare l'omo che iace en la fossa scura.
«Or me respundi, tu, om seppellito, che cusì ratto d'esto monno èi 'scito: o' so' li be' panni, de que eri vestito, 10cà ornato te veio de multa bruttura?».
«O frate meo, non me rampugnare, cà 'l fatto meo te pòte iovare! Poi che parenti me fêro spogliare, de vil celizio me dèr copretura».
15«Or ov'è 'l capo cusì pettenato? Con cui t'aregnasti, che 'l t'à sì pelato? Fo acqua bullita, che 'l t'à sì calvato? Non te ci à opporto plu spicciatura!».
«Questo meo capo, ch'e' abi sì biondo, 20cadut'è la carne e la danza dentorno; no 'l me pensava, quanno era nel mondo! Cantanno, ad rota facìa saltatura!».
«Or o' so' l'occhi cusì depurati? For de lor loco sì se so' iettati; 25credo che vermi li ss'ò manecati, de tuo regoglio non n'àber pagura».
«Perduti m'ò l'occhi con que gìa peccanno, aguardanno a la gente, con issi accennando. Oi me dolente, or so' nel malanno, 30cà 'l corpo è vorato e l'alma è 'n ardura».
«Or uv'è lo naso c'avì' pro odorare? Quigna enfertate el n'à fatto cascare? Non t'èi potuto da vermi adiutare, molt'è abassata esta tua grossura».
35«Questo meo naso, c'abi pro oddore, caduto m'ène en multo fetore; no el me pensava quann'era enn amore del mondo falso, plen de vanura».
«Or uv'è la lengua cotanto tagliente? 40Apri la bocca, se ttu n'ài neiente. Fòne truncata oi forsa fo 'l dente che te nn'à fatta cotal rodetura?».
«Perdut'ho la lengua, co la qual parlava e mmolta descordia con essa ordenava; 45no 'l me pensava quann'eo manecava, el cibo e 'l poto oltra mesura».
«Or cludi le labra pro denti coprire, ché par, chi te vede, che 'l vogli schirnire. Pagura me mitti pur del vedere; 50càiote denti senza trattura».
«Co' cludo le labra, ch'e' unqua no l'aio? Poco 'l pensava de questo passaio. Oi me dolente, e como faraio, quann'eo e l'alma starimo enn arsura?».
55«Or o' so' le braccia con tanta fortezza menacciando a la gente, mustranno prodezza? Raspat'el capo, se tt'è ascevelezza, scrulla la danza e ffa portadura».
La mea portadura se ià' 'n esta fossa; 60cadut'è la carne, remase so' l'ossa et onne gloria da me ss'è remossa e d'onne miseria 'n me à rempletura».
«Or lèvat'en pede, ché molto èi iaciuto, acónciate l'arme e tòite lo scuto, 65ch'en tanta viltate me par ch'èi venuto, non pò' comportare plu questa afrantura».
«Or co' so' adasciato de levarme en pede? Chi 'l t'ode dicere mo 'l te sse crede! Molto è l'om pazzo, chi non provede 70ne la sua vita ‹'n› la so finitura».
«Or clama parenti, che tte veng'aiutare, che tte guardin da vermi, che tte sto a ddevorare; ma fòr plu vivacce venirte a spogliare, partèrse el podere e la tua amantatura».
75«No i pòzzo clamare, cà sso' encamato, ma fàime venire a veder meo mercato; che me veia iacere cului ch'è adasciato a comparar terra e far gran clusura».
«Or me contempla, oi omo mundano; 80mentr'èi 'n esto mondo, non essar pur vano! Pènsate, folle, che a mmano a mmano tu sirai messo en grann'estrettura"
Jacopone Da Todi
Quest'uomo è un grandissimo figo. Lo stimo.
31 Ottobre 2008
Lo so, è raro leggere dei miei pensieri sul mio blog, poichè tendo sempre a pubblicare citazioni o brani da me scritti, ma per qesta volta farò un'eccezione (Udite! Udite! E' un event più unico che raro!). Il fatto è che negli ultimi due giorni il mio orgoglio è stato intaccato irreparabilmente dalla mia professoressa di italiano (buffona moribonda) e dai miei genitori (...puzzoni moriboni - a cui ogni tanto voglio bene) La loro contestazione verteva sul mio modo di scrivere. La mia professoressa di italiano, senza un briciolo di tatto, ha detto che i miei testi sono delle "visioni oniriche inquietate ed inquietanti creati da un'anima distorta" (testuali parole). Ci sono rimasta seriamente dimmerda, tanto che non ho avuto la forza e la prontezza per rispondere ed esporle le mie idee e rimostranze su ciò che aveva affermato. A questo proposito ci terrei a chiarire che non mi interessano i complimenti altrui -ciò che scrivo può piacere o può non piacere-, ma sentirmi dire 'anima distorta' da una persona che nemmeno conosco (e che NON stimo) mi ha offesa nel profondo. Non avrei dovuto prendermela così a cuore, proprio perchè non mi conosce e non sa cosa ho passato e cosa muove le mie idee ad imprimersi su carta... ma ha premuto un tasto dolente senza il minimo ritegno e la cosa, a mio parere, è inacettabile. Esponendo questo fatto ai miei genitori mi sono sentita dire che i miei testi sono: ridondanti, incomprensibili (papà, sei una merda), che non colpiscono come dovrebbero e che il mio stile ha delle lacune. Sì, anche qui mi sono sentita offesa... Ma ho seriamente riflettuto (dopo un attimo di delirante smarrimento) sulle loro critiche e farò di tutto per migliorare il mio stile, per renderlo meno ridondante e più narrativo (perchè effettivamente ciò che scrivo manca di una trama). Un modello utile da seguire potrebbe essere James Joyce, che con il racconto 'Eveline' ha dato una perfetta idea dell'angoscia causata dallo scorrere del tempo, senza rendere la narrazione pesante piuttosto che inopportuna o distorta. (Promemoria: James Joyce mi ha reso la vita dfficile con "L'Ulisse". Devo evitare di rileggerlo).
A questo proposito - ecco dove volevo arrivare- chiedo a tutti di leggere le mie storie con occhio più critico e meno adulatore, che non mi aiuta minimamente a migliorarmi. Spero vivamete che abbiate letto con attenzione questo mio piccolo sfogo e che seguirete, in un prossimo futuro, la mia insulsa richiesta precedentemente citata. Ci si becca al prossimo (se mai ce ne sarà uno) personalissimo post.
Adieu,
100km
20 Ottobre 2008
Sentì il ticchettare sommesso del dado che si infrangeva contro l'asfalto irregolare e da quel preciso istante, come in una tetra immersione lisergica, il tempo parve rallentare. Gli sembrò che ogni oggetto intorno a loro stesse sparendo - i contorni sfumavano e perdevano colore - inghiottiti da un nero dissimile dalla comune oscurità. Niente, escluso quell'oggetto di forma cubica, meritava d'essere preso in considerazione. Nulla aveva più senso. Per un momento dimenticò perfino di respirare, a causa della tensione che gli contraeva dolorosamente le viscere interrompendo sul nascere ogni impulso nervoso e ogni pensiero razionale. Solo quando sentì che l'aria rarefatta, masticata già troppe volte dai suoi polmoni avidi, premeva per uscire, si ricordò di insiprare. Nell'atmosfera atipica che si era creato intorno a sé - un mosaico temporale distorto - percepiva la Sua presenza immota mentre osservava l'oggetto roteare in terra, ticchettando, ticchettando, ticchettando ad ogni rimbalzo. Poi tutto tacque. Ciò che a lui parve un'eternità altro non fu che il trascorso di pochi secondi, dilatatisi fino a creare una sequenza di immagini contorta e puntigliosamente particolareggiata. Non fu altro che la fantasia di un fugace attimo troppo vissuto nel vivo, dal finale troppo - spaventosamente - imprevedibile. Il tempo tornò a scorrere improvvisamente, coplendoli con tale violenza da far vacillare le loro precarie certezze, da renderli succubi di quell'inevitabile gioco d'azzardo di cui quel dado altro non era che un complice inconsapevole. Fu con tale consapevolezza che i loro sguardi, distoltisi dal dado esanime, s'abbracciarono silenziosamente in una muta, accondiscentente, richiesta rivolta al tempo stesso di dilatarsi solo un po' di più - un secondo, un minuto, un'ora - perchè non ne ebbero mai un così urgente bisogno; perchè tutto ciò che fino a quel momento era rimasto adagiato sul fondo vacuo dei loro cuori riusciva a trovare sfogo in frasi che non sarebbero mai uscite dalle loro bocche. Sorrise. I suoi grandi occhi azzurri si sciolsero fra le lacrime, che fuggirono lungo gli zigomi e giù, giù, sempre più giù. Fino a sparire. La sua mano si chiuse intorno al dado, tremante, decretando la fine di quell'idilliaco quanto eloquente silenzio, esponendo ciò che effettivamente era palese, ma aveva bisogno d'una voce che lo pronunziasse per dargli una concretezza: "E' uscito sei". Le parole si persero nell'atmosfera satura di elettricità come esalazioni effimere e nessun eco le rese al mittente. In un ultimo saluto le loro labbra si sfiorarono lente, godendo di quegli ultimi attimi a loro concessi con la calma che avevano consumato in quell'atto tanto sconsiderato quanto, come seguitavano a ritenere - e nessun ripensamento li avrebbe deviati -, indispensabile. E lì, dalla vetta del mondo, le luci soffuse che coloravano il nero della notte sembravano gli ingranaggi guasti di un orologio stridente, le cui lancette, troppo lunghe per stabilirne l'origine e la fine, segnavano un punto morto. Con le mani strette fecero il passo - dopo tanti fatti in direzioni giuste e sbagliate - che li avrebbe condotti alla fine dell'itinerario che loro stessi avevano tracciato su un foglio impalpabile di gas tessuti insieme e quel poco di fantasia che ancora permetteva loro di sognare. E poi precipitarono giù, giù, sempre più giù. Fino a sparire.
100km
Ringrazio Kin (Nikkoz91) che ha scelto per me il titolo.
15 Ottobre 2008
Gli altri spesso ritenevano, con la fasulla solennità del delegante, che lui fosse una persona fuori dal comunque. Lo osservavano ammaliati, come in contemplazione di un dio peccaminoso e seduttore, vittima del controsenso del pensiero umano. Un reo macchiato d'una velleità più pura del sangue d'unicorno. Un immorale sporcato dal sangue e dalla terra di cui il mondo è intriso. Ma in realtà non era speciale, era solo pazzo. Era solo estraniato dal contesto multiforme e spaventoso che gli stolti -o la gente normale, che dir si voglia- chiamano "vita". Lui non viveva. Deambulava stancamente e distrattamente in una strada a senso unico priva di sbocchi, alternando quel suo passo leggero ed elegante, che nel silenzio ovattato della notte perpetua dei suoi giorni creava melodie monocorde, a delle corse furiose verso una meta che lui solo conosceva, una meta che non esisteva e che non si poteva creare. Era pazzo, sentenziò lo spettatore attonito. Nell'aria gelida si persero anche i suoi gemiti.
28 Agosto 2008
Sono conversazioni come questa...
AndreA scrive:
è un po' che ti spio
AndreA scrive:
hai pesente il cespugio di more sotto casa tua?...
AndreA scrive:
...sono io!
...A crearmi seri dubbi a proposito dell'evoluzioe della razza umana.
25 Agosto 2008
[...]
Perchè le persone una volta che hanno imparato qualcosa voglio sapere cosa si nasconde dietro ad essa? Niente "No", "Non quello" e "Stop"... Quella era l'unica regola. Noi stavamo... cercando solo il piacere. Il Desiderio, come un gioco, come acqua che ribolle da una sorgente, continua a vivere senza fine.
Più era rischioso e più ci eccitavamo.
Noi... fummo assorbiti da quel gioco. Nell'oppressivo calore estivo noi provammo tutto quello che ci venne in mente. Incuranti del tempo e del luogo, non facevamo niente oltre a cercare il piacere che non potevamo trovare da nessun'altra parte.
Era come una droga... ...e aumentava sempre di più.
Anche quando sentivamo che era pericoloso non potevamo fermarci.
C'era un limite al desiderio umano?
"Hey Keita. Mi faresti questo piercing? "Cosa?! Che tipo di esperimento stai facendo?" "Hey Kei-ta. Bucami. Qui" (si riferisce alla lingua ND100km)
Non c'era nessuna cosa che limitasse il desiderio. Dove stavamo andando a finire?
"Va bene, lo farò. In cambio... Lo farai anche a me"
Dopo aver fatto sesso mille volte, mentre il sole ci scottava la pelle, ci bucammo a vicenda con degli aghi. L'atto brutale e perverso accompagnto dal sangue fu sentito come un evento sacro. Sembrava come se...
... il mondo fosse rimasto chiuso e noi fossimo soli su questa terra.
"Mi sento come se avessimo fatto la cosa più erotica in assoluto" "Già, stavo pensando la stessa cosa..."
Non avevamo ancora realizzato...
"Hey Tomo, posso baciarti?" "Hm. Se lo fai piano..."
...che stavamo affogando in un mondo in cui c'eravamo solo noi due.
[...]
Tratto dal manga "Bondz" di Touko Kawai
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